Radio Capital: arriva anche il saluto di Antonio Iovane: “Gli ascoltatori di Capital sono materia viva”

E dopo quello di Ernesto Manfrè, a Radio Capital arriva anche il saluto di Antonio Iovane. Sta confermandosi il ridimensionamento della redazione giornalistica.

Ecco il post del giornalista, che riassume 16 anni di carriera: “Ero da poco più di un anno a Radio città futura quando – nell’ottobre del 2003 – durante il colloquio il direttore del personale del Gruppo Espresso mi chiese: cosa le piacerebbe fare, se entrasse qui? Io risposi: tutto tranne la radio. È che davanti al microfono mi sentivo impacciato, mi emozionavo facilmente, collezionavo papere. Che ci faccio, io, in una radio, mi dicevo.

Una settimana dopo il direttore del personale mi disse che c’era una possibilità a Radio Capital. Accettai: ero impacciato, mica scemo.
Sono entrato negli studi di Radio Capital il 10 novembre 2003 e credo di essere migliorato, almeno un po’.
Penso di essere diventato un giornalista radiofonico nel momento in cui ho fatto un sogno: era l’ora del giornale radio ma non avevo il notiziario con me, la luce rossa si accendeva e io non sapevo cosa dire. È un sogno angoscioso, confrontandomi ho scoperto che è molto diffuso, tra chi fa radio.

In questi anni ho seguito, tra le altre cose e in ordine sparso: i terremoti dell’Aquila, in Emilia e nel Centro Italia; l’alluvione di Giampilieri, in provincia di Messina; il processo di Perugia; l’omicidio Scazzi; il naufragio della Costa Concordia; il crollo del ponte Morandi; gli attentati di Tunisi e di Barcellona; la marcia dei migranti tra Serbia e Ungheria; ho fatto migliaia di interviste (di una in particolare sono particolarmente orgoglioso, quella a un membro della resistenza a Raqqa in piena occupazione da parte dell’Isis); ho condotto una trasmissione con Ernesto Assante, che quando a 17 anni mi chiedevano chi vorresti essere da grande rispondevo Ernesto Assante; ho condotto il Gaber day con

Fabio Arboit,  un’intera giornata dedicata a Giorgio Gaber; e poi ho seguito l’estate in un campo di nudisti (ricordo un collegamento agghiacciante con Giulia Santerini e Federica Paris, io in mezzo alla spiaggia sottoposto in diretta a una serie di domande imbarazzanti tipo “tu come sei messo?”. Attesero cinque minuti di collegamento prima di confessarmi che era uno scherzo e che non stavamo davvero andando in onda). Ho coniugato l’alto e il basso, l’Aquila con l’hotel degli animali domestici, perché trasmettere significa questo, significa: emozionare, informare, divertire, commuovere, far riflettere.
Non dico che ho fatto tutte queste cose per compiacermi, ma perché mi ritengo fortunato, sono stato messo nelle condizioni di praticare il mestiere come andava fatto: viaggiando, osservando, interrogando. Oggi, tra i giornalisti, questa fortuna l’hanno in pochi.
Considero quella del terremoto dell’Aquila la mia esperienza più importante. Ricordo che un giorno riuscii a infiltrarmi nell’hangar in cui venivano sistemate le bare delle vittime. Un agente, insospettito dal mio aggirarmi, mi chiese se avevo l’autorizzazione. Dissi di no, dissi che ero un giornalista. E lui mi rispose che dovevo farmi autorizzare. E poi aggiunse: se non altro per rispetto.
Raggelai: davvero ero uno sciacallo? Davvero non avevo rispetto per le vittime?
Quella frase mi fece montare la rabbia e mi costrinse a riflettere. Davvero quello che facciamo è solo speculare sulle tragedie degli altri? Mi dissi che dovevo trovare una risposta, altrimenti quello che facevo non aveva senso, altrimenti ero davvero solo uno sciacallo. Mi trovavo davanti a un bivio, dovevo trovare il senso. Credo di averlo trovato.
È raccontare storie, che serve.
Raccontare storie serve a dire: ehi, tu. Guarda che questa storia racconta di te, riguarda te.
Una storia è una chiamata in correità.
Una storia dice che non sei solo al mondo e che tutto quello che accade ti riguarda, in qualche modo ne sei responsabile, è inutile che ti nascondi, dove pensi di andare? Tanto le storie ti raggiungono.
Raccontare serve a responsabilizzare, a dire: tu ora sai, e se sai appartieni. Tu appartieni a questa storia. E se appartieni, nei fai parte, devi avere cura.
Cura del mondo, cura degli altri, cura di quello che ti accade attorno.
Ecco, per me fare il giornalista significa questo: far sentire a chi ti ascolta che siamo tutti parte di una stessa umanità.
Sono entrato negli studi di Radio Capital il 10 novembre 2003. Oggi – anche se probabilmente non sognerò più di andare in onda senza gr – ne esco con tristezza, ma con la consapevolezza che cambiare è necessario.
Ringrazio col cuore gli ascoltatori, impagabili nella capacità di sostenere, criticare, incoraggiare. Gli ascoltatori di Radio Capital sono materia viva, non sono mai passivi ma partecipano al progetto, e se qualcosa non gli sta bene te lo dicono.
Devo gratitudine a Rossana Giorgetti e a Massimo Giannini, nonostante il divorzio improvviso. Devo gratitudine a Edoardo Buffoni, che abbraccio con forza e so che sarà un gran direttore delle news. A Carlo Ottino. E devo gratitudine a Vittorio Zucconi che sta lassù e so che mi guarda ovunque vada come la Monna Lisa.
Ho voluto bene ai miei colleghi e i pochi litigi, anche aspri, li ricorderò appena. Siamo stati una redazione unita e abbiamo riso. Ecco, se mi chiedessero cosa vorresti dire ai colleghi che lasci dopo diciotto anni risponderei questo: abbiamo riso. Non so cosa ci sia di meglio”.

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Stefano Beccacece nasce nel 1985 a Torino. Sino a pochi anni fa poeta - ha pubblicato due raccolte tra il 2006 ed il 2010 - ora fa prevalentemente il blogger con l'aspirazione di divenire giornalista pubblicista. Dal 2012 scrive di calcio e mass media. Su Radiomusik potete leggerlo prevalentemente nella sezione "Radio News".