Marco Mazzoli, dalla radio che dev’essere fatta da chi sa farla alle Lollipop 2.0: ma perché?

Se c’è una cosa in cui Lo Zoo di 105 mostra qualche acciacco dovuto all’età avanzata – vent’anni – sono gli interventi in onda. La perdita di Ivo e soprattutto Herbert ha portato a commenti di notizie, battute e risate fra i conduttori; un normale format di una radio di flusso. La situazione è sempre stata simile negli ultimi anni, ma da qualche mese sembra che si voglia guadagnare tempo tra una scenetta e l’altra.

Ancora oggi lo Zoo è il programma più ascoltato d’Italia, e ci sono ovviamente le scenette che soggettivamente piacciono di più e quelle che piacciono meno. Al omento – a parere di chi scrive – le genialate assolute sono i Cavernicoli e 105 Strap, per non parlare di “Mondo deficienza”che gioca in un campionato a parte.

Ma la svolta”drammatica” – soprattutto pensando al fatto che Squalo non interviene a meno che non sia interpellato, che il Dona ha “paura” della diretta e che Uzzi non interagisce – è che lo Zoo a tratti viaggia verso la prevedibilità. C’è l’isola dei famosi? “Non li conosce nessuno”. C’è Sanremo? “E chi lo guarda più?”. C’è un argomento serio? Noise chiude con bamba e fi*a.

Tutto questo comporta il fatto che quando viene rievocato Leone – che magari era sgrammaticato ma coi riflessi era sempre pronto – casca la lacrimuccia, sia perché Leone manca, sia perché viene da pensare: “Bei tempi quelli”. Il problema è che non è normale avere nostalgia per un programma che è tuttora esistente. La sensazione è che oggi il blablabla tenda a prevaricare sul’hihihi,

Naturalmente chi scrive ascolta lo Zoo e continuerà a farlo, sapendo che anche se il  programma attualmente sarebbe “sfidabile” nessuno della concorrenza avrà il coraggio di farlo, in quanto grazie ai social e alle eventuali polemiche che questi possono espandere, ogni emittente radiotelevisiva o giornale, per non finire in un polverone, ha ulteriormente ristretto il campo del politicamente corretto. Provate a usare un mezzo di comunicazione per fare una battuta su una qualsiasi categoria; dopo poco l’associazione che rappresenta quella categoria chiederà la vostra testa o la chiusura del canale che avete usato. In pratica nonostante – giudizio ovviamente opinabile – una flessione anche fisiologica del prodotto, gli ascolti restano al top  perché lo Zoo di 105 rimane “diverso” dalla radiofonia normale. Gli unici che hanno sviluppato gli anticorpi contro ogni attacco sono Mazzoli e Cruciani.

E proprio in virtù del fatto che “non c’è altro” – perché fino a pochi anni fa il programma era più forte e stop, mentre adesso vince su una serie di bandiere bianche della concorrenza – uno ascolta anche i polpettoni che Mazzoli propone almeno una volta a settimana: 1): i like sui social sono tutti finti; 2): la radio e la televisione devono essere fatte da chi lo merita; 3): il pippotto patriottico: “Siamo i migliori abbiamo inventato tutto noi”. Questa non è una di quelle pagine Facebook che invocano la coerenza, chissenefrega. Però a un certo punto viene da pensare: Ok, questo l’hai già detto e sono d’accordo. Possiamo riprendere a ridere ora, anche recuperando qualche vecchio blocco semplice ma devastante tipo la Famiglia bizzarra? Certo Squalo non crea e di conseguenza le scenette – da essercene fin troppe in archivio – sono diventate materiale che va centellinato, dato che a crearle sono sempre le stesse menti e che ovviamente Fabio Paolo Marco e Wender non sono invulnerabili e hanno anche una vita  privata da gestire.

Ma il culmine di tutto questo discorso può essere individuato nella puntata di venerdì. Marco Mazzoli viene criticato perché fa un programma in cui “si dicono le parolacce”. Chi scrive lo ha sempre difeso in tutti gli eccessi perché Marco Mazzoli, prima di fare il cretino in radio ha imparato un mestiere e se volesse potrebbe tranquillamente fare lo speaker “tradizionale”. Ecco perché è sempre stato normale sentirgli sfottere e criticare il successo dei fenomeni del web e l’invasione dei televisivi in radio. In estate aveva giustamente chiesto che la radio tornasse ad essere Radio 105. Perché giustamente essere gnocca per fare radio non è necessario e i like le wiews non sono la certificazione numerica del talento. Tantopiù che la sigla recita: “Non c’era Instagram, non importavano i like”.

Poi però, sul finire della scorsa settimana – dopo mesi di “la radio deve essere fatta da chi sa farla” – arriva il contrordine: Mazzoli (con Palmieri) produce “Così fan tutte a 105“, ovvero 3 gnocche prese da Instagram che si parlano addosso  la cui esperienza radiofonica più ampia è verosimilmente legata al citofono.

Viene da pensare: e tutti i quarti d’ora persi occupati dai concetti che stagnano da mesi, non potevano essere riempiti da qualche blocco in più? E a questo punto, perché Diletta Leotta non dovrebbe avere, oltre al contestatissimo parcheggio, direttamente tutta la FCA (senza ulteriori vocali, non fate i furbi)?

Lunedì c’è stato il colpo finale: i complimenti che – per tornare a qualche paragrafo sopra – sanno tanto di prevedibile e vagamente pianificato. Lo Zoo che si spertica per un altro programma è il colmo. Sono “belle fresche” dice il disinteressatissimo,, freddo e distaccato Palmieri. A parte che se volessimo qualcosa di fresco aspetteremmo la primavera, ma lo Zoo quello vero, un programma simile – due puntate sarebbero sufficienti – lo polverizzerebbe  se fosse coinvolto chiunque altro della radio o peggio, fosse della concorrenza.

Dai, per la forca dello Zoo sono passati fior di professionisti come Cattelan “aria fritta”, Ylenia e – particolarmente nel periodo in cui Paolo Fabio e Wender sono andati a Deejay – pure Albertino “Balbettino”. Si sono discussi tutti i fenomeni del web che hanno “snaturato” i media tradizionali, compresi Gli Autogol che dalle loro parti qualche esperienza radiofonica l’hanno avuta prima di approdare a 105, e ora “Così fan tutte” è un “bel programma”?

Dai su, nella normalità le Charlie’s Angels secondo lo Zoo diventerebbero nella migliore delle ipotesi delle Lollipop 2.0, e nella peggiore il trio Sabbia di Gatto.

Stefano Beccacece (On Twitter @Cecegol)

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Stefano Beccacece nasce nel 1985 a Torino. Sino a pochi anni fa poeta - ha pubblicato due raccolte tra il 2006 ed il 2010 - ora fa prevalentemente il blogger con l'aspirazione di divenire giornalista pubblicista. Dal 2012 scrive di calcio e mass media. Su Radiomusik potete leggerlo prevalentemente nella sezione "Radio News".