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Lana del Rey – ULTRAVIOLENCE: la recensione

Quando un paio di anni fa scoppiò il fenomeno Lana del Rey, io avevo storto il naso, non so se esattamente per lo stile delle sue canzoni, per la sua immagine piuttosto costruita o semplicemente perchè, musicalmente, non mi è mai molto piaciuto conformarmi: mai mi sarei potuto immaginare che non molto tempo dopo avrei imbracciato il mio computer e fatto le ore piccole per ascoltare con vivo interesse il suo secondo disco da solista, intitolato Ultraviolence.

Il progetto, che già di per sé ha un titolo oltremodo intrigante, nasce circa 12 mesi dopo l’uscita del fortunato doppio esordio Born to Die/Paradise, che aveva lanciato la del Rey nell’Olimpo delle superstar indie-pop mondiali: interamente prodotto da Dan Auerbach, frontman dei Black Keys, Ultraviolence (definito come un disco “cinematografico e dark” dalla cantante, mai parole furono più azzeccate) è un ideale viaggio nell’oblio e in quel tipo di amore che diventa odio (Pretty when you cry) senza scadere nel patetico.

Il languore tipico dello stile della cantante è presente come non mai in questo progetto e, accompagnato da basi strumentali assolutamente eccezionali (Ultraviolence è zeppo di riferimenti ad artisti del calibro di Lou Reed e Nancy Sinatra, vedasi Brooklyn Baby e The Other Woman) suona straordinariamente retrò, pur essendo in fondo un diretto prodotto dalla modernissima subcultura alternative che tanto piace ai novelli figli dei fiori del Coachella.

Ultraviolence è altresì un album privo di colori, quasi funereo, non solo per la copertina, ma anche per quanto riguarda i testi (“I paint the house black, My wedding dress black leather too, You have no room for light, Love is lost on you” canta nella bonus track Black Beauty) e da un punto di vista vocale e stilistico, il che non è necessariamente un difetto o motivo di “noia”, ma è piuttosto la dimostrazione che ci troviamo di fronte ad un disco coerente e ben studiato, quasi un concept album.

Ben poca violenza, tuttavia, traspare dal disco, che in realtà esprime la costante necessità di una solida spalla a cui affidarsi nei momenti di nostalgia e sconforto: è questo il caso dell’eccezionale primo singolo West Coast, volutamente poco radio friendly, ma anche della title track (Jim told me that He hit me and it felt like a kiss, Jim brought me back, reminded me of when we were kids): in questo “mondo crudele”, come lascia intendere fra le righe l’epico brano introduttivo (forse il più bel pezzo dell’intero disco) l’unica soluzione di sopravvivenza sembra essere un amore folle, senza limiti, ultraterreno più che Ultraviolento. Se mai siete stati colpiti anche voi da una freccia di Cupido avvelenata, allora adorerete questo disco: preparate i fazzoletti però, e poi non dite che non vi avevo avvisato.

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Tracklist

01 Cruel World
02 Ultraviolence
03 Shades Of Cool
04 Brooklyn Baby
05 West Coast
06 Sad Girl
07 Pretty When You Cry
08 Money Power Glory
09 Fucked My Way Up To The Top
10 Old Money
11 The Other Woman

Bonus track
12 Black beauty

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