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M.I.A. – MATANGI: la recensione

Nel 2007 Mathangi “Maya” Arulpragasam, anche conosciuta come ., pubblicava KALA,, un album fuori da qualunque schema musicale predefinito, tanto da meritarsi gli onori indifferenziati delle riviste di settore, compresa la prestigiosa Rolling Stone, che lo proclamò disco dell’anno. Ad un album (MAYA) e 6 anni di distanza, questa eccezionale artista cingalese è tornata a sconvolgere le nostre certezze e orecchie con il suo quarto progetto, intitolato , che fin dai primissimi secondi si impone come un masterpiece del genere, incredibile connubio delle sonorità più azzardate e allo stesso tempo intriganti che ci saremmo mai potuti immaginare.

M.I.A. è una delle pochissime artiste a livello mondiale che non solo se ne sbatte delle classifiche ma, al contrario, sembra quasi sfidarle, mantenendosi sempre molto fedele ai suoi principi e ad una linea musicale che rende i suoi lavori difficilmente assimilabili dalla massa, ma assolutamente irresistibili per chi sa apprezzare il genere, un mix esplosivo di hip hop, indie music, elettronica e chi più ne ha più ne metta; giusto per farvi capire di cosa stiamo parlando, la cantante ha definito il sound di MATANGI come quello di un Paul Simons sotto acidi e, in effetti, anche solo a partire dalla copertina, non possiamo che trovarci d’accordo con lei.

Il disco, che parte a bomba con il fulminante basso elettronico di Karmageddon, ci trascina in un folle viaggio musicale nel tempo e nello spazio, mescolando alla perfezione sonorità provenienti da altri decenni (soprattutto gli anni settanta e ottanta della Bollywood più colorata) e da altri continenti: nell’album troviamo infatti l’America black dell’eccezionale brano bi-gusto Exodus/Sexodus (con la collaborazione di The Weekend), il rap alla Public Enemy nello skit Boom (We let you into Superbowl, you try to steal Madonna’s crown), il devastante sintetizzatore arabeggiante dell’inno femminista Bad Girls (Live fast, die young / Bad girls do it well), la drum n’bass europea di aTENTion e, ovviamente, il meglio del bhangra pop in Warriors e nella title track Matangi.

Quest’album è anche e soprattutto fatto di ritmo, pulsazione, psichedelia, e dà un po’ le stesse sensazioni che si potrebbero avere mangiando un kebap speziatissimo a bordo di un rollercoaster con 8 giri della morte: questo effetto di trascinante trip acustico è ottenuto tramite continue distorsioni e citazioni dal sapore hindi (Only 1 U), effetti sonori da cartone animato (Lights), oppure grazie a brani assolutamente imprevisti come la stupefacente Double Bubble Trouble (canzone che parte con il più classico dei reggae, prova la strada gangsta e si conclude con la dancehall) o la rilassante Know It Ain’t Right. Le cartucce migliori M.I.A. le spara per i singoli del disco, che ti entrano in testa fin dal primo ascolto e rappresentano alla perfezione le sue intenzioni reazionarie: queste bombe ad orologeria sono costruite a partire dalle trascinanti percussioni dell’incazzatissima Bring The Noize (I’m so tangy, people call me Mathangi, Goddess of word, bitches I’mma keep it banging, Truth is like a rotten tooth, you gotta spit it out! Let the bottom two, let my wisdom work it out), dallo spettacolare groove hip hop sperimentale di Y.A.L.A. e, dulcis in fundo, dal ritornello catchy di , che si tramuta in pochi secondi nella pazzia più totale, inglobando sapori indiani e suoni Machintosh.

Sentiremo questo disco girare per le radio? Sicuramente no, ma poco importa: immaginiamo che la massima aspirazione per M.I.A. sia quella di far diventare i suoi dischi le colonne sonore perfette per serate trasgressive a base di birra e rum e pera. MATANGI è infatti un disco che ti lascia sbronzo, senza nessuna traccia di hangover: in una parola, è una figata.

Untitled

Tracklist

1. Karmageddon
2. MATANGI
3. Only 1 U
4. Warriors
5. Come Walk With Me
6. aTENTion
7. Exodus
8. Bad Girls
9. Boom Skit
10. Double Bubble Trouble
11. Y.a.l.a
12. Bring The Noize
13. Lights
14. Know It Ain’t Right
15. Sexodus

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